Editoriale

La nuova alchimia

L’obiettivo di questo mio nuovo blog (non che il mondo ne sentisse il bisogno, sia chiaro) è raccontare ogni giorno una cosa nuova sull’intelligenza artificiale. Una notizia, un’informazione, qualcosa.

Finito di costruire il sito, mi metto quindi all’opera alla ricerca del primo mattone. Parto dal semplice: Google alla mano, digito “artificial intelligence” e vediamo cosa esce. Tolta la spazzatura, la selezione è interessante per capire il modo in cui ci approcciamo a questa tecnologia: si passa da chi dice che sta diventando sempre più spaventosa (the Japan Times), a chi la indica come risolutrice di tutti i problemi della razza umana (MIT).

Ecco, in questo momento è particolarmente forte in me l’idea che l’AI, oggi, altro non sia che una nuova alchimia.

Secondo l’importante ricercatore di IA Ali Rahimi, insieme ad altri, le reti neurali che tanto vanno di moda di oggi e le relative tecniche di apprendimento profondo sono basate più su un insieme di trucchi, conditi con un buon pizzico di ottimismo, piuttosto che su un’analisi sistematica e solidi strumenti matematici.

Per dirla in breve, gli ingegneri moderni, scrivono e compilano codici con la stessa velleità e incomprensione che avevano gli antichi alchimisti quando mescolavano le loro pozioni magiche.

Bisogna anche dire, però, che abbiamo poca comprensione fondamentale del funzionamento interno degli algoritmi di auto apprendimento, o dei limiti delle loro applicazioni. Queste nuove forme di IA sono molto diverse dai tradizionali codici informatici che possono essere compresi riga per riga. Invece, operano all’interno di una scatola nera, apparentemente inconoscibile per gli esseri umani e anche per le macchine stesse.

Questa apparente sospensione del metodo scientifico, però, a pensarci bene, altro non è che un passaggio necessario dello sviluppo scientifico. Abbiamo sempre vissuto momenti adolescenziali nei campi più importanti: errori, confusione, troppa fiducia. È facile immaginare la conoscenza che scorre a valle, dalla fonte di un’idea astratta, attraverso le svolte della sperimentazione, fino a un ampio delta di applicazioni pratiche. Questa è la famosa “utilità della conoscenza inutile”, avanzata da Abraham Flexner in un suo saggio del 1939.

La scienza ha sempre seguito un ritmo naturale di fasi alterne di espansione e concentrazione. Periodi di esplorazione non strutturata sono stati seguiti da periodi di consolidamento, fondando le nuove conoscenze su concetti fondamentali. Possiamo solo sperare che l’attuale periodo di armeggiare creativamente nell’intelligenza artificiale, nei dispositivi quantistici e nell’editing genetico, con la sua cornucopia di applicazioni utili, porti alla fine a una comprensione più profonda del mondo.

Anche se, a dirla tutta, mescolare pozioni magiche è tutto sommato un’attività particolarmente figa.

Ciao, sono Michele!

Sono molto felice di saperti qui.
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